Aimee Mullins e Hugh Herr sulla copertina di WIRED Italia n.4 – maggio 2009.

L‘ijime è un fenomeno sociale giapponese grossomodo corrispondente a quello che in italiano viene chiamato bullismo nella forma specifica di ostracismo (bullismo ostracizzante o bullismo di esclusione).
Il termine è un sostantivo derivato dal verbo ijimeru (“tormentare”, “perseguitare”), ed è usato per identificare un particolare tipo di violenza scolastica. Si tratta di ijime quando un gruppo più o meno ampio di studenti identifica tra i compagni di classe un individuo solitamente incapace di reagire, e quindi lo sottopone sistematicamente a pratiche vessatorie e disumanizzanti per periodi prolungati di mesi, o anche anni, con il silenzio complice dell’intera classe, quando non degli insegnanti. Diversi casi hanno visto gli insegnanti stessi incoraggiare o partecipare all’ijime.
L’assimilazione dell’ijime nell’insieme dei luoghi comuni dell’immaginario collettivo è riconoscibile dal suo uso costante, quasi immancabile, nelle rappresentazioni della realtà giovanile e scolastica: da questo periodo l‘ijime diventa un ingrediente immancabile in telefilm, film, disegni animati e fumetti ad ambientazione scolastica.
Negli anni successivi al 2000, viene nuovamente segnalato un notevole incremento nei casi di ijime.
L‘ijime, il cui decorso si sviluppa lungo fasi che sono state ormai ben identificate dagli studiosi, si esplica attraverso diverse pratiche collettive, dotate di maggiore o minore gravità, diffusione e possibilità di essere riconosciute dall’esterno. Si va da piccoli dispetti come l’imposizione di soprannomi, sino al danneggiamento e alla distruzione del materiale scolastico o degli oggetti personali. Dal mancato coinvolgimento nelle attività di gruppo, sino alla vera e propria cancellazione sociale della vittima, trattata come se non esistesse. I casi più gravi arrivano a minacce fisiche, spesso portate a termine, estorsioni di quantità di denaro anche ingenti, minacce e/o tentativi di uccidere la vittima. In alcuni casi, molto rari e prontamente amplificati dai mass media, gli aggressori sono arrivati a causare la morte della vittima. Molto più spesso è invece quest’ultima a togliersi la vita.
Fonte: Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Immagine di copertina: fotogramma di Battle Royale, diretto da Kinji Fukasaku (2000).
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